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lunedì 2 settembre 2013

L'Amore non è "sensazionale"


 
Laura ha da poco rotto con Marco. Lui sta male. Lei pensa di rifarsi del tempo perso. Lui era troppo “nullafacente e inconcludente”. Si era stancata. Non c’era un motivo valido. Solo che era stanca. Di Lui? Non lo sappiamo. Dopo poco incontra un altro ragazzo. La “prende”. Decide di concedersi. Lui continua a stare male. Lei si dice innamorata. La domanda torna… Era stanca, di lui?

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Di storie del genere, abbiamo occasione di incontrarle quotidianamente, nulla di cui scandalizzarsi. Forse. Non giudico, e comunque sia cercherò di evitare di farlo, la persona.

“All’uomo moderno sembra … che la questione dell’amore non abbia a che fare con il vero. L’amore risulta oggi un’esperienza legata al mondo dei sentimenti incostanti e non più alla verità”

Lumen Fidei.

In effetti l’amore “non si può ridurre ad un sentimento che va e che viene”, l’amore ha bisogno di stabilità per costruire rapporti interpersonali profondi, per  “perdurare nel tempo e superare l’istante dell’effimero”. Oggi per contro vige la logica del consumo delle persone rinunciando alla grande scommessa del progetto di un futuro insieme. Nella coppia si cerca una vivibilità fondata quasi esclusivamente sull’empatia e sull’intensità del “sentire”, col risultato di fare prove su prove con persone diverse provocando nella migliore delle ipotesi dolore e sofferenze, in altre rovinando famiglie e segnando figli ignari e non colpevoli.

Premesso quindi che l’Amore non è un apparecchio il cui compito consiste nel “misurare” il grado in percentuali di affinità e di intesa. Non consiste nello “stare bene insieme” emotivamente. Aristofale già ci ricorda che esso (l’amore) consiste nella bene-volenza .

Dire a qualcuno “ti voglio bene” equivale a impegnarsi a cercare con tutte le proprie forze il bene dell’altro. A far si che questo venga edificato fino a far diventare il “bene altrui” una premura personale.

Mi pare, dunque, che alla luce di ciò sia essenziale spostare il baricentro della vita di coppia, passare dal presupposto del proprio bene (o quello che sento per l’altro) a quello dell’altro in maniera decisiva e impegnata, senza alcuna ipocrisia di sorta. Lasciando le mie emozioni, sono in grado di realizzarmi nell’altro. Allorquando i suoi obiettivi saranno realizzati, i suoi sogni tramutati in realtà, senza dubbio avrò la grande soddisfazione di veder realizzati i miei, in quanto coincideranno, perché il mio bene è in colui/colei nel quale mi sono affidato, e per il quale ho “provato bene”.

La stanchezza nella relazione si traduce in malessere nel momento in cui non ho il coraggio di spostare il “baricentro” del mio desiderio da me all’altro.

A tal proposito concludo con una definizione del Card. Carlo Maria Martini, scomparso un anno fa, che nel suo dizionario spirituale, descrive così la parola AMORE:

Chiamo amore quell’esperienza intensa, indimenticabile e inconfondibile che si può fare soltanto nell'incontro con un'altra persona.
Non c'è quindi amore con una cosa astratta, con una virtù. Non c'è amore solitario. L'amore suppone sempre un altro e si attua in un incontro concreto. Per questo l'amore ha bisogno di appuntamenti, di scambi, di gesti, di parole, di doni che, se sono parziali, sono tuttavia simbolo del dono pieno di una persona ad un'altra.
Amore è dunque incontrare un'altra persona scambiandosi dei doni, è esperienza in cui si dà qualcosa di sé e c'è più amore quanto più si dà qualcosa di sé.
L'amore è un incontro in cui l'altro ci appare importante, in un certo senso più importante di me: così importante che, al limite, io vorrei che lui fosse anche con perdita di me. Uno scopre di essere innamorato quando si accorge che l'altro gli è divenuto, in qualche modo, più importante di se stesso. Per questo l'amore realizza qualcosa che potremmo chiamare un'estasi, un uscire da sé, dal proprio tornaconto: una sorta di estasi in cui io mi sento tanto più vero e tanto più autentico, tanto più genuinamente io quanto più mi dono, mi spendo e non mi appartengo più in esclusiva.

venerdì 31 agosto 2012

Cardinal Martini: l'ultima Catechesi

Oggi pomeriggio intorno alle 16.00 in Milano è morto il Cardinale, il sacerdote, l’Uomo: Carlo Maria Martini.
Di fronte ad un “gigante” le parole vengono meno. Un uomo che ha saputo esserlo fino in fondo, che ha saputo parlare col cuore rischiando di essere strumentalizzato per via del suo voler essere piccolo-vicino ai giovani. E anche nel momento ultimo della sua esistenza terrena, il mondo ha voluto “metterlo in contrapposizione” con la Chiesa. Chiesa della quale era principe (cardinale), chiamato persino a dare il sangue con il martirio. E forse lo ha dato. Il martirio che si è consumato giorno per giorno, il martirio della retorica sul suo conto e sulle sue posizioni. Il martirio nell’essere guida e successore della Diocesi di Carlo Borromeo.
Adesso le voci tacciano, perché risuoni la Voce. La Voce di Colui che Carlo Maria Martini ha udito sin dall’età di 17 anni, e per quale si è giocato tutta la sua vita.
Fino alla fine è stato coerente con il proprio credo, con il proprio essere Cristiano Cattolico, e fino alla fine ha continuato a “insegnare” il Vangelo.

Il suo neurologo ha spiegato che ha rifiutato l’accanimento terapeutico, sul quale già aveva espresso a suo tempo una netta opposizione:

Il cardinale non è più stato in grado di deglutire nulla ed è stato sottoposto a terapia parenterale idratante. Ma non ha voluto alcun altro ausilio: né la Peg, il tubicino per l’alimentazione artificiale che viene inserito nell’addome, né il sondino naso-gastrico. È rimasto lucido fino alle ultime ore e ha rifiutato tutto ciò che ritiene accanimento terapeutico (fonte: laRepubblica Milano)

Il pensiero corre ad altri casi tristemente noti che hanno rifiutato l’alimentazione forzata. Ma mentre per gli altri si sono levati strali ed anatemi dal mondo ecclesiastico, per Martini no. E nessun giornale ha approfondito questa “stranezza”. Perché? L’argomento è complesso e va affrontato su due piani distinti: quello formale e quello sostanziale.

Sul piano formale la differenza principale tra la Englaro ed il cardinal Martini è che la volontà della prima di non essere più sottoposta a quel particolare trattamento è stata messa più volte in discussione, tanto che si è dovuti ricorrere ai farraginosi gradi di giudizio della giustizia italiana per dimostrarla. In sostanza per la Englaro è stato necessario appurare una volontà che Martini ha invece espresso direttamente e chiaramente.

La differenza tra Welby e Martini risiede invece nel fatto che quest’ultimo, con o senza sondino, sarebbe morto a breve. I Documenti a tal proposito, precisano:

nell’immediatezza di una morte che appare ormai inevitabile ed imminente è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita poiché vi è grande differenza etica tra “procurare la morte” e “permettere la morte”: il primo atteggiamento rifiuta e nega la vita, il secondo accetta il naturale compimento di essa. (cfr Evangelium Vitae 101). 

La morte del cardinal Martini era “inevitabile e imminente”, quella di Welby era invece un atto volontario.

Il tutto poi si deve intendere sulle intenzioni della coscienza dello stesso paziente, il cardinale non ha “procurato a se stesso la morte” non voleva rinunciare al grande dono della Vita, ma accolto, ha “permesso” la morte, la accolta come dono, lo stesso San Francesco di Assisi afferma sul suo letto di morte:

Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare: guai a cquelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no 'l farrà male.
 
Persino in questo caso, in questo Cantico possiamo intendere il giudizio di coscienza del Santo sulla morte “guai a cquelli ke morranno ne le peccata mortali” e rinunciare alla vita, impedirla, non lasciare che abbia il suo naturale compimento è “peccata mortali” per cui diverse volte, la Chiesa ha preso posizioni a riguardo, non tanto per il caso in se ma per ribadire l’imprescindibilità del Vangelo.

Grazie Padre Santo per il dono del Cardinale Carlo Maria Martini,
grazie per i benefici che ci hai dispensato attraverso il suo lungo Ministero,
accoglilo nella Gerusalemme Celeste,
e se ha commesso qualche colpa la tua misericordia di Padre lo purifichi.
E ravviva in questo mondo la fede nel tuo nome e nel figlio tuo Gesù Cristo,
scrosta i cuori dalla scorza del pregiudizio e del luogo comune,
metti in noi una sana inquietudine nel ricercare sempre la Verità,
e occhi per riconoscere nella Santa Madre Chiesa il vero volto di Cristo, il quale ha detto:

“Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io” Gv 17,24

Con questa certezza, nella fede, proseguiamo il nostro cammino.