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giovedì 31 marzo 2016

Essere "interessati"



Prima le persone. Poi, semmai, la politica. Mai il contrario.

Ieri (30 Marzo 2016) presso  l’ IISS "Da Vinci - Majorana" di Mola di Bari sono intervenuto in merito al tema del Referendum del prossimo 17 Aprile 2016.  Un messaggio su whatsapp con la richiesta: “puoi intervenire all’assemblea d’Istituto del 31 a parlare delle trivelle?” La risposta: “Si. Ma mi spieghi bene?” Poi il silenzio.
Chi ha qualche esperienza con i ragazzi, con i liceali, sa che non bisogna fare troppe domande. Che un loro invito equivale ad un occasione unica e irripetibile. Il fatto che tu “più grande” sia degno della loro considerazione è un fardello pesantissimo. Se è un adulto, un docente, un educatore a contattarti è un conto, se sono direttamente i ragazzi, beh! La prima reazione è il panico.

Cosa dire sulle “trivelle”. Parte un giro di telefonate per trovare qualcuno più in gamba di te, abbastanza “giovane” e capace di non alzare un muro generazionale invalicabile. Mi si fa amico di viaggio il (neo dottore) Geofisico, ed amico di lunghissima data, Giovanni Fanizza. Chi meglio di lui, studioso della terra, può fornire informazioni chiare, precise e scientifiche circa il tema delle perforazioni (perché si dice così, e non trivellazioni) nell’adriatico. Il gioco è fatto. Se non fosse per… il luogo.

Dovevamo parlare in una scuola. In un luogo in cui per ontologia non si può, non si deve, non è concepibile, sarebbe un vero e proprio delitto, “indottrinare” o propagandare una qualche ideologia. Per chi si sta formando per essere un insegnate (speriamo un buon insegnante) questa è una consapevolezza imprescindibile. Non ci sono scuse, la Scuola ha un compito diverso da altri luoghi. Essa esige rispetto e, ancor di più, lo esigono quei giovani ragazzi che in essa devono trovare gli strumenti necessari per informarsi e i docenti devono offrire loro gli strumenti per scegliere e decidere autonomamente. A questo serve la scuola: «acquisire competenze che indicano i risultati dei processi formativi, quindi le abilità e le capacità (saper fare), gli atteggiamenti (saper essere) e le conoscenze (sapere)... » Il resto ha un compito di secondaria importanza. 

Ed ecco che di fronte alle centinaia di ragazzi, che hanno saputo restare in silenzioso ascolto, abbiamo vinto una sfida tutta “politica” perché ha trovato le proprie ragioni nelle istanze del momento e della situazione. Nessun riferimento a “SI”; “NO” o cose di questo tipo. Abbiamo offerto loro la possibilità di fermarsi a riflettere su ciò che sta accadendo nell’ “oggi”. Di scegliere di partecipare al dialogo che avverrà nelle settimane che precedono la data del referendum.  Abbiamo cercato di rendere quel momento "interessante", che deriva dal latino da “esser e inter”, ovvero, “essere dentro” le cose, la realtà in cui viviamo. 

È stato compito di Giovanni (l’altro, il Fanizza) offrire le spiegazioni su ciò che accade “scientificamente” nel processo di estrazione di gas e petrolio. A lui il plauso, ed il mio personalissimo grazie, per aver asetticamente e con coraggio “spiegato” ciò che accade, senza pre-concetti.

«Chi semina datteri, non mangia datteri» è un detto palestinese. Sta a significare, a mio giudizio, il compito della politica oggi: per strappare al deserto un dattero succoso occorre che qualcuno rinunci ad avere subito degli effetti.


Una foto dell'incontro di ieri inviatami dagli studenti. Bellissima! mette in ombra chi parla e "mette in luce" la realtà: il luogo e gli studenti. #Grazie!

sabato 18 aprile 2015

Le ragioni di un voto: il mio. (1)


Devo ammettere che non mi aspettavo di essere così “seguito”; non mi aspettavo così tante persone, amici, parenti e conoscenti che dalla mia pagina Facebook, seguono quello che ho da dire, il mio punto di vista, i miei pensieri. Al di là dei Like con cui taluni si rendono presenti e manifestano il proprio apprezzamento, ci sono tanti (più di quanti ne potessi immaginare) che mi seguono e in un certo senso “fanno il tifo per me”.
In questo periodo di campagna elettorale, in diversi si sono fatti avanti e, per strada, partendo proprio da un semplice e banale “ho letto su facebook che tu…”, hanno dato voce a quello che pensavano di me e di quello che scrivevo. In modo particolare, e credo sia il motivo per cui hanno preso coraggio, in riferimento al mio “stare dalla parte di” Stefano Diperna.

Ed è a questo proposito che qui, attraverso uno “spazio” un po’ più grande rispetto ad un post di Facebook, che voglio spiegare le mie “ragioni”, o la ragionevolezza di una scelta. Su questo blog, un po’ abbandonato e un po’ carico di ricordi, che affido alla lettura di quanti vorranno “capire” quanto sto per dire, quelle che sono le mie considerazioni e la mia esperienza.
Non avendo il “tempo” di scrivere tutto insieme, dividerò queste mie ragioni “in puntate”, come fossero piccoli tasselli di un mosaico più grande: le ragioni del mio voto. A quanti mi “seguono” buona lettura!


Come una storia

Come una storia, in effetti è iniziato questo mio “rapporto” con la politica nostrana, così per caso; Occorre qui una premessa circa la mia persona: per scelta personale non sguardo la televisione, sono totalmente ignorante in materia, e persino i film “commerciali” sono da me respinti, preferendo i più “pesanti” del Cinema d’Autore. 
Perché non guardo la Tv? Semplicemente perché in occasione di un incontro promosso in quarto superiore dal mio Istituto, presso gli studi Mediaset a Roma, vengo a conoscenza della “irrealtà” da cui essa è costituita, o meglio della finalità della stessa. L’accompagnatrice ci spiegava: “ragazzi, non esistono cose vere in Tv, ma tutto ciò che vedete è finalizzato al guadagno. Non illudetevi… nulla, nulla è vero”. Appreso ciò decisi di non guardare più la tv, in compenso ho iniziato ad appassionarmi ad altro. 

Premessa questa mia avversione patologica all’informazione di massa, cerco le notizie su quotidiani, ma anche qui ben presto ci si scontra con la dura realtà dell’appartenenza politica o ideologica. Anche questi “raccontano” le notizie a partire dall’obiettivo da perseguire. 

Ritornando alla politica “nostrana”, avevo notato una totale assenza di notizie riguardante questa su di un settimanale locale, il quale non riportava nessuna notizia circa gli atti dell’amministrazione, e quando capitava di leggere qualcosa era per sottolineare incompetenza, assenza di servizi e quant’altro. Tutto andava male e, persino eventi noti a tutti i molesi e partecipati a grande maggioranza, venivano condannati all’oblio. Ancor peggio se promossi o patrocinati dall’amministrazione comunale. 
Tutto questo non mi tornava. Senza dimenticare che sempre lo stesso settimanale era diventato un “bollettino” dell’opposizione, e brulicava di foto di passati amministratori, senza mai e dico mai (solo 4 settimane fa la prima foto) pubblicare foto del sindaco eletto dai cittadini nel 2010.

A questo punto dovevo pur trovare un modo per cercare di capire se davvero il mio paese era allo sfascio come veniva puntualmente raccontato, oppure no. È pur sempre il mio paese, il luogo entro il quale vivo, non potevo fare finta di niente, continuando a girare la testa dall’altra parte.

Decisi allora di iniziare a partecipare ai Consigli Comunali e mi furono subito chiare due cose: la prima è che il consiglio lavorava, discuteva animatamente anche al proprio interno, riportava problematiche e cercava soluzioni (giuste o sbagliate che siano) e la seconda cosa che si palesò era l’assenza della minoranza. La mia presenza ai consigli divenne piuttosto frequente, al primo la minoranza era assente, al successivo pure, al terzo entrava e al momento del voto abbandonava l’aula. All’ultimo Consiglio Comunale era praticamente assente ad eccezione di tre elementi.

Era chiaro che c’era qualche problema con la stampa locale.

Nulla di quanto avveniva in consiglio comunale era da loro riportato, ma ogni cosa, e sottolineo “ogni cosa” veniva bypassata al fine di mettere in luce e in evidenza una carenza che da piccola o  grande che poteva essere, assumeva i toni di una tragedia.
Mi feci coraggio e avvicinai il Sindaco, fino ad allora a me sconosciuto se non per nome e cognome, e chiesi spiegazioni. La spiegazione fu più semplice di quello che potevo immaginare: i soldi.
Semplicemente mi veniva spiegato che questa testata giornalistica percepiva dall’amministrazione comunale precedente una quota, prendeva dei soldi insomma, e che dal momento che la crisi chiedeva a tutti dei tagli, e che dal 2010 lo Stato aveva effettuato un taglio pari a 5 milioni di euro nei confronti degli Enti Comunali, non potevano più permettersi spese “inutili”, e quel contributo non poteva essere più erogato. 
Non si potevano sperperare i soldi dei contribuenti molesi. Questa scelta da parte dell’amministrazione di Mola era stata percepita dal Direttore del settimanale come un affronto, e la “punizione” riservata era quella che si è rivelata in questi anni: un paese descritto sempre più come un posto squallido ed inutile, l’azione amministrativa ridotta alla completa incapacità ed ogni informazione utile alla cittadinanza, e ogni evento promosso dall’amministrazione: oscurato, inesistente, mai accaduto. 

All’ottimo servizio di disinformazione si aggiunge anche la non certa bella immagine che si è data del paese, perché anche in termini turistici, raccontare di un paese in cui “nulla funziona” e “tutto è male” non è certo polo di attrazione né per i turisti e altro non fa che alimentare il malumore. 
Diciamocelo chiaramente inoltre, vi è una propensione quasi naturale a vedere tutto male, e che lo notizie negative fanno sempre più rumore di quelle positive. Ciascuno può tranquillamente trarne le dovute conclusioni.
L’informazione, assume così la forma di un potere sulle coscienze, ha la capacità di convincere specie quando non si ha il tempo e la voglia di accertarne la veridicità. Oltre al fatto che un buon giornalista, prima di scrivere qualcosa dovrebbe accertarne egli stesso la fondatezza, nell’intento di offrire al lettore un racconto scevro da ogni qualsivoglia giudizio personale. 

Da ciò, mi sono sentito molto offeso. Come Molese prima, come cittadino poi.

Da qui, per caso, è iniziata la mia "esperienza": mentre ero intento a cercare di verificare se quello che mi veniva raccontato della carta stampata era vero oppure no.

sabato 1 novembre 2014

Riflessioni a margine della morte



A.Arivabene -  Elogio della polvere (2013)
E’ usanza in questo mese, quello di novembre, recarsi per i cimiteri. Da un lato vi sono persone che fanno visite ai propri parenti, dall’altro chi, come me, passeggia.

Non una passeggiata da piazza, ma un camminare accorto, in mezzo a tutte quelle foto ingiallite, in bianco e nero, e per quelli più recenti a colori sgargianti, persino modificate. Su sfondi di barche, cieli o montagne, forse a ricordo di un brandello della vita di quella o quell’altra persona.

Poi ci sono le sepolture di quelli senza “dignità”, ovvero, senza alcuna lapide scolpita, senza nessun bel santo, e a malapena una croce. Ma non fa niente, quelli, continuano a pagare ancora lo scotto di una esistenza tirata a campare. Non c’è neppure il nome, forse un emigrato, un forestiero, uno che comunque non avuto nessuno per cui fosse così importante da essere degno di un loculo decente. Per loro, soprattutto, il mio eterno riposo.

Insieme a questo, tra questi loculi, c’è la mia infanzia. Non una visione macabra della mia infanzia, ma vi sono tra questi, tutti coloro che in un modo o nell’altro mi hanno accompagnato, sia pure solo con un saluto. C’è la signora che abitava di fianco alla mia vecchia casa, quella coppia di coniugi anziani morti a distanza di un anno. C’è persino qualche professore, che mi ha trasmesso il suo sapere, il Sacerdote con il quale ho servito messa, oltre che tutti i parenti, nonni e zii che hanno terminato il loro viaggio su questa terra.

Sono le mie origini, coloro che ho incontrato appena subito dopo l’uscio della porta. E mi tornano in mente le parole dello scrittore dissidente cubano Reinaldo Arenas: «…io sono quel bambino antipatico, certamente non voluto, con la faccia rotonda e sporca; io sono quel bambino di sempre arrabbiato e solo, io sono quel bambino di sempre, davanti al panorama di terrore imminente, lebbra imminente, pulci imminenti, di offese e di crimine imminenti. Io sono quel bambino disgustoso che improvvisa un letto con un vecchio scatolone e aspetta, certo, che verrai con me». Già perché ero e rimango, il bambino, dissidente.

Passo ancora oltre nella mia passeggiata, e trovo quel loculo. Un ragazzo, 24 anni, in mezzo a tanti anziani come una stonatura. Come un insulto. Già perché concludere il proprio ciclo di vita è accettabile, abbandonare il gioco sul più bello, no. Avere 24 anni, una famiglia ed un bambino, e per un accidente della vita, non poterla proseguire, è logicamente ingiusto.

Lo conoscevo. O forse, lo conosco. Non so se parlare come di qualcuno che non c’è più, o come di un qualcuno che ancora è, ma in modo diverso. Cristianamente parlando, dovrei optare per la seconda accezione. Ma preferisco la prima.

Era un ragazzo diventato uomo, perché fino a quindici anni fa era così. Eri chiamato a crescere e pure velocemente. Non era appassionato allo studio, ha arrancato fino all’ultimo, per uno straccio di terza media. La vita poi l’ha rosicata tra lavoretti, speranze e attese. Attese spezzate proprio mentre “mandava avanti la baracca”.

Tutto passa, l’uomo passa. Ma il racconto, la storia di una vita resta finché restano i testimoni del suo tempo. Poi passa tutto e finisce. Io c’ero quel giorno. C’ero e posso raccontarlo. Abitava di fianco a me, nell’altra stanza. Credo che fu la prima esperienza vera della morte che ho avuto. Essa si presentò con tutta la sua cattiveria, la sua crudeltà.

Da dietro una porta, potei ascoltare tutto il dolore e lo strazio che essa provocò. Lo strappò alla vita, come ad una madre il bambino dall’utero, senza preavviso. Mentre era intento a fare, a costruire, a procurare. Era intento a fare il suo lavoro, a costruire un palazzo e metaforicamente il suo futuro, a procurare a sua moglie e al suo bambino il pane quotidiano.

Ero dietro la porta, chiusa, e entro quelle mura, le urla si fecero forti, assordanti, inascoltate. Dov’era Dio in quel momento? Non voleva morire, non doveva morire, non era giusto che morisse. Se un Dio esisteva doveva essere un bastardo, un essere maligno e terribile. Non era di certo il buon padre della Chiesa, quelle erano solo soluzioni oleose per detergere la scottatura, ma il realtà essa prendeva sempre più fuoco.

La madre perse conoscenza, i parenti si fecero subito prossimi, il padre non una parola. A stento versava qualche lacrima, ma l’uomo vero di ieri muore dentro dal dolore, non può non deve lasciare il timone di una imbarcazione che da quel giorno non avrebbe più goduto del sole, destinata a rimanere in porto. Per sempre.

All’indomani il funerale, tanta gente, tanto sconcerto. Io ero a messa, facevo il chierichetto. Le parole del prete non le ricordo, ma ricordo la bara. Le urla, i pianti, l’ingiustizia.

Perché racconto questa storia triste? Perché la morte è triste. La morte è falsa, la morte è una vigliacca. Ha la capacità di distruggere non solo la vita di chi si è portato via, ma anche quella di chi gli sta intorno.  Perché il racconto di una storia  senza morale e senza speranza? Perché neppure io ho sempre le risposte che mi servono: se avessi tutte le risposte, come dice quel personaggio de Il Nome della Rosa, insegnerei teologia a Parigi. Ma persino le parole si arrendono davanti al dolore dell’uomo, ammutoliscono, finiscono.

forse te la sei cercata
forse non sei stato forte
non m'importa ma non so
se eri pronto per la morte
(883 – Se tornerai)

« Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis.»



sabato 29 marzo 2014

Dacci oggi il nostro amore quotidiano!

 
«L’amore equivale a superare ininterrottamente l’egoismo individuale. O amo per sempre e totalmente o non amo, perché esso ha un’estensione nel tempo e nel vissuto esistenziale. Così come non posso dare all’altro solo gli avanzi del mio tempo o le briciole della mia quotidianità. Non ho altro che me stesso/a e voglio donare tutto me stesso/a. Dare il giusto valore ai sentimenti rimanda a non agire con superficialità e leggerezza – verso se stessi e il proprio partner – … La riuscita di un matrimonio non dipende unicamente dal fatto di aver trovato la persona “giusta”; è principalmente il risultato di un cammino fatto di molto impegno, di una volontà decisa di amare (non basta dire “io amo”, ma “io voglio amare”), di una capacità di donazione e di un grande spirito di sacrificio. E poi ci vuole coraggio, il coraggio di scalare le montagne, se necessario, e tanta determinazione. Sono tutte componenti che ci mettono costantemente in discussione. Se infatti ci si sposa non considerando minimamente la possibilità di compiere dei sacrifici, alla prima occasione in cui questi diverranno obbligatori, la prima reazione sarà di delusione, la seconda… di fuga. Quindi, la cosa basilare è tenere ben chiaro l’obiettivo che ci ha condotti un giorno a prometterci amore eterno. L’atleta che non si prefigge il traguardo non vincerà mai la corsa. Solo se abbiamo un fine, una meta condivisa e non ci arrendiamo dinanzi alle difficoltà, allora potremmo raggiungerla, salendo sul gradino più alto del podio. Gli sposi, disegnando insieme il loro presente e futuro, sono uniti da uguali progetti, perché quando c’è un ideale comune, interloquisce Antoine De Saint Exupery: “Amare non è guardarsi negli occhi, ma guardare insieme nella stessa direzione”. Per i fidanzati e gli sposi non esistono manuali o ricette precostituite, vi sono però alcuni suggerimenti che non si palesano mai vani. “Ricordate: giudicare l’altro e polemizzare con lui per farlo cambiare porta inevitabilmente, a lungo andare, a rancori e frustrazioni reciproche. Guardare solo le cose negative è facile e … banale. Potete pensare di cambiare partner, potete fermarvi ad analizzare sempre il comportamento dell’altro, potete continuamente lamentarvi, ma il vostro rapporto non farà un passo, non uno, verso lo stare bene. Dunque, un consiglio: accettate i vostri punti deboli, accettate quelli del vostro coniuge e il vostro rapporto comincerà ad andare bene. Aiutate l’altro, valorizzatelo, fate emergere la sua parte migliore e il vostro rapporto andrà sempre meglio. Non ho mai concordato con quanti si sentono liberi da tensioni e identificano in ciò la prova del loro amore. Le prove dell’amore si vedono nei momenti difficili, quando l’altro è in crisi, non si piace, ha perso la stima di sé, oppure quando tutto ciò capita a voi stessi”».
(V. Albisetti, psicologo).

mercoledì 26 marzo 2014

Siamo nella merda u frà!


Accade, e da quando ho cominciato a frequentare luoghi meno soliti, che alcune affermazioni o domande, mi pongano dinanzi una lettura della realtà ben diversa. Nel giro di una settimana, una dietro l’altra due domande mi hanno posto con le spalle al muro. Entrambi sullo stesso argomento.

Andando con ordine, una settimana fa mi arriva un messaggio da un quattordicenne della parrocchia, che mi scrive: “Giovà, oggi saresti disponibile per aiutarmi in una specie di intervista sulle droghe leggere? Mi hanno detto (a scuola) di intervistare un adulto di riferimento”.

A parte la gioia, e la responsabilità che ho sentito per quell’aggettivarmi come “adulto di riferimento”, subito mi sono messo a leggere in giro per il web, le opinioni in merito. Legalizzare o no?... ho trovato pareri discordanti, tutti molto ideologici e a dire il vero poco “utili”. Ma l’informazione, non equivale a formazione. Devo convincermene.

L’altro ieri poi, andando in palestra, incontro due amici. Condivido un tratto di strada con loro, con Luca avrei poi proseguito per allenarmi. Parlavano tra loro, a bassa voce e con strane metafore, di furti realizzati da piccole associazioni criminali, che rubano attrezzi agricoli di grandi dimensioni, allo scopo di chiederne il pizzo per la restituzione.

Andato via l’altro, Luca si volta a me e con aria seria mi dice: “siamo nella merda frà! Nella merda, altro che Dio e le stronzate. Se esiste dovrebbe resettarci e ricominciare tutto da zero! La merda è assai, e non si riesce ad uscire da sta merda! Che fai denunci? E poi so cazzi!”
Parto con un monologo sull’importanza della legalità, dell’iniziare noi a cambiare le cose, non abbassando la testa!

“u frà! – mi risponde – tu non capisci! Vedi ad esempio il fumo? L’altro giorno alcuni ragazzi hanno iniziato a vendere il fumo, sono venuti quelli dell’ambiente, e li hanno minacciati. Voi potete vendere, ma se lo comprate da noi! Se no sò …vostri!”
Subito nella mia mente la domanda del ragazzo.  Ho chiesto, quindi se lo legalizzano alla fine è meglio? Togli la possibilità a questi di tenere il predominio sugli altri?

“ahahha… togli quello e mettono altro. Da sta merda non si esce! Andiamoci ad allenare và!”

Proprio mentre scrivo, mi arriva l’sms: “non sei venuto agli esercizi spirituali?”. Non rispondo, non voglio rispondere. Qui stiamo nella merda vorrei scrivergli. Ma taccio, e torno a domandarmi se forse non ho sbagliato a pormi la domanda.

Voi cosa ne pensate?

mercoledì 12 marzo 2014

Cattolici in stato confusionale

di Mario Palmaro




Ogni tanto capita, con la stessa ripetitività delle stagioni. Una personalità del mondo cattolico rilascia un'intervista nella quale prende le distanze dall'insegnamento della Chiesa. A questo punto i giornali - giustamente - rilanciano con grande fragore la notizia, gli intellettuali discutono, il mondo cattolico ufficiale soffre in silenzio per non alimentare scandali. E il popolo dei fedeli rimane disorientato, stordito. Come un gregge nel quale qualche pecora si mettesse a contestare l'affidabilità del pastore.

 In realtà, questi episodi hanno alcuni elementi fra loro comuni, che permettono di smascherarli per quello che sono: l'espressione dell'antica e mai sopita ambizione dell'uomo di essere norma a sé stesso. L'adesione alla Chiesa è un atto insieme di libertà e di sottomissione: fede e ragione si sostengono, ma l'atteggiamento richiesto al cuore dell'uomo è innanzitutto l'umiltà. Dio, e non l'uomo, è l'artefice della Creazione. E dunque, Dio e non l'uomo è il Legislatore. Dunque, la verità è stata affidata da Cristo alla Chiesa. Spetta al Papa custodirla, in conformità alla Tradizione e in comunione con i vescovi. I teologi, gli intellettuali, i sinodi, i convegni ecclesiali, e perfino i singoli vescovi sono voci senza dubbio interessanti; ma non sono la Chiesa.

Ora, basta rileggere alcuni esempi di queste "voci fuori dal coro" del Magistero, per riconoscere che esse mettono a repentaglio la salvezza stessa delle anime. Ricordiamo che, per l'uomo, il rischio più grande è fare "naufragio nella fede", e perdere così la vita eterna, come San Paolo ricorda con toni accorati a Timoteo. Ecco una sintesi dei principali errori che si ritrovano in queste sortite, compiute da cattolici in stato confusionale.

 1. L'importante è dialogare: meglio evitare divisioni che dire la verità. Il cattolico "dialogante" ritiene che affermare delle verità oggettive, insegnate dalla Chiesa e confermate dalla ragione umana, sia un atto di prevaricazione, frutto di preconcetti e di posizioni pregiudiziali. La Chiesa deve scendere dalla sua scomoda cattedra, per lasciare il suo posto ai non credenti, che assumono il compito di insegnare la (loro) verità ai cattolici, che brancolano nel buio. Questo tipo umano sogna un Papa che si affacci dalla sua finestra, solo per benedire e salutare in molte lingue. Ma che sia muto ogni volta che ci sia di affermare verità scomode e impopolari sulla dottrina della fede e della morale. L'importante è evitare affermazioni apodittiche. E siccome i dieci comandamenti sono quanto di più apodittico si possa immaginare, ecco che si propone di ritirare dal mercato il decalogo, almeno nelle sue prescrizioni più contestate.

 2. La verità forse esiste, ma l'uomo non può conoscerla. Per questo cattolico, la Chiesa non può dirimere sempre ogni controversia morale, perché esistono delle "zone grigie", delle aree nebbiose dove la verità non si distingue, e dove la cosa migliore è aprire un dibattito. Quali sono queste zone grigie? Quelle nelle quali si manifesta una diversità di opinioni nella società. Dunque, in una società pluralista e relativista, tutta la vita morale può diventare una sconfinata "zona grigia", riducendo l'autorità della Chiesa al silenzio praticamente su tutto. Saranno da evitare in particolare pronunciamenti su divorzio, aborto, fecondazione artificiale, eutanasia.

 3. La verità è un prodotto del dialogo. Per questo genere di cattolici, la verità non preesiste alla discussione. Non è una realtà che c'è, e che l'uomo ha il compito di scoprire con l'aiuto della Chiesa. No: la verità si rinnova continuamente, grazie alla dialettica: le "parti" esprimono rispettosamente delle posizioni, e così si raggiunge un punto di mediazione (provvisorio) che costituisce la verità accettabile da tutti in quel momento. Se, ad esempio, uno dice che l'aborto è lecito, e un altro dice che non è lecito, la verità prodotta sarà che l'aborto è un po' lecito: si può fare in certi casi.

 4. Anche se sei ignorante, dialoga lo stesso. Per discutere, è buona regola sapere ciò di cui si parla. Ma la foga di dialogare è così forte, in alcuni cattolici, che si va al confronto senza essere preparati. Il tuo interlocutore dice, ad esempio, che l'ootide non è un essere umano? Prendi subito per buona questa solenne corbelleria. Mentre dovresti sapere che dal primo momento della fecondazione in poi il nuovo organismo vivente (anche con due pronuclei, cioè allo stadio di ootide) è caratterizzato da uno sviluppo coordinato, continuo e graduale, che permette di qualificarlo appunto come individuo (umano) e come vivo (A. Serra e R. Colombo, Identità e statuto dell'embrione umano: il contributo della biologia in Pontificia Accademia Pro Vita, Identità e statuto dell'embrione umano, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1998). All'ignoranza scientifica si accompagna talvolta un'imbarazzante impreparazione morale: potrà così accadere che si giustifichi l'aborto facendo leva sul principio della legittima difesa; tesi assurda, che implicherebbe attribuire al concepito il ruolo di "ingiusto aggressore"!

 5. Bisogna inventare un "cattolicesimo sostenibile". Il cattolicesimo oggi è diventato impresentabile di fronte alla modernità: bisogna aggiornarne gli elementi più scomodi per renderlo sostenibile, un po' come affermano gli ambientalisti di fronte allo sviluppo. La prima regola per questo lifting è astenersi dal giudicare frettolosamente: meglio discutere serenamente per non creare inutili divisioni, e far derivare le regole da ciò che i più pensano e fanno. La sociologia sostituisce la riflessione morale e soppianta la legge naturale. La prassi genera la norma. Per cui, se a gente chiede la fecondazione artificiale, noi gliela dobbiamo dare.

6. Il male non si combatte: si regolamenta. Secondo questo falso cattolicesimo, si può anche riconoscere che una certa condotta sia cattiva. Ma - in base al principio assoluto che si deve dialogare con tutti - bisogna in un certo senso dialogare anche con il male. E scendere a patti con esso. Quindi, le leggi dello Stato non vieteranno l'aborto. Se lo facessero, si creerebbero inutili divisioni. Meglio regolamentare il fenomeno. Così, il male non consiste più nell'atto dell'uccidere il concepito. Il male è l'aborto clandestino (che minaccia la vita delle donne) mentre l'aborto legale diventa "buono", perché fatto secondo le norme dello Stato. Verranno uccisi molti innocenti, è vero; ma sarà salva la pace sociale e il dialogo permanente con tutti i sopravvissuti.


 7. Chi compie il male va capito e giustificato. La Chiesa insegna una dottrina esigente e offre insieme un perdono senza limiti da parte di Dio. Invece, per il cattolico del dissenso (dal Papa) il perdono sostituisce la dottrina. Siccome chi commette un male può agire in circostanze molto difficili, allora occorre sospendere il giudizio sulla sua condotta, ed evitare ogni condanna. Questo approccio non ha solo valenze morali - potremmo dire "da confessionale" - ma pretende di avere conseguenze giuridiche e politiche. Esempio: una donna abortisce. Peccato, ma poiché ha vissuto un dramma, come può la società prevedere una pena, anche lieve, per la sua condotta? E ancora: un uomo elimina con l'eutanasia sua moglie. Non è bello. Però, vista la sua sofferenza, quale giudice potrà dichiararlo colpevole? Questo criterio potrà essere applicato ad altre infinite "zone grigie": un uomo scopre che la moglie lo tradisce, e la uccide. Ma in quest'ultimo caso, il cattolico politicamente corretto si dichiarerà inflessibile e per nulla comprensivo, nonostante le "terribili circostanze" in cui il delitto è avvenuto.

Come si vede, quello che alla fine ci resta in mano è soltanto un pallido ricordo del cattolicesimo. Un corpo freddo e morto, che ha perso per strada l'amore per la Verità e la certezza della presenza viva e reale di Cristo in mezzo alla Chiesa. Un cattolicesimo senza croce e senza testimonianza, in fuga di fronte al martirio quotidiano dell'incomprensione del mondo. Non rimane che aiutare questi fratelli con l'apostolato della verità. E pregare per loro, perché grande è il pericolo che rappresentano per la salvezza di molte anime. A cominciare dalla loro.


© IL TIMONE – N. 54 - ANNO VIII - Giugno 2006 - pag. 10 - 11

 Fonte: iltimone.org