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martedì 1 luglio 2014

Obbedire "incarnazione" del verbo Amare


Un vero e proprio gavettone di acqua gelata!
E’ così che ho definito l’altro ieri, il nuovo libro della Miriano, “Obbedire è meglio. Le regole della Compagnia dell'agnello” edito da Sozogno. 
Una serie di storie, di quelle che l’autrice chiama i “membri” di questa compagnia. Persone straordinariamente comuni, che vivono la loro vita, o meglio “offrono il loro collo, come un agnello in sacrificio, stando fermi e solenni, obbedendo”.

Obbedire? Ma a cosa? A chi? 
Alla propria realtà, al proprio stato, a quella vita (la tua) che ti pare tanto noiosa, o tanto sbagliata ma che ha anche picchi inauditi di felicità.
Obbedire al proprio marito, o alla propria moglie, strada privilegiata per chi ha scoperto la propria vocazione matrimoniale.
Obbedire alla propria vita, ai propri limiti, ai talenti che ognuno possiede, cercando di trovare il coraggio e la forza guardando chi cerca di farcela. “Ma io tutto quello che so, l’ho visto fare da qualcuno, l’ho ascoltato con gli occhi”.

Un libro quello di Costanza, che ti invita a fare i conti con la realtà delle cose, con la materialità della fede, una fede “fatta di carne e sangue” e non “spiritualoide e disincarnata”. Obbedire con un SI (sorridente) ogni giorno a quel Signore che per usare le parole di Chiara di Assisi “Ti ha chiamata, e ti ha amata come una mamma con il suo piccolino”. (Lettera ad Agnese)

Particolare degno di nota, a parer mio, è il capitolo 8, in cui riesce a “tradurre in vita” quelli che sono stati i punti più osteggiati della meravigliosa enciclica di Paolo VI, Humanum Vitae, precisamente i numeri 9-12. Riesce attraverso il racconto dell’esperienza a trasmettere la bellezza dell’insegnamento della Chiesa per cui “ogni atto matrimoniale deve rimanere aperto alla trasmissione della vita”.

Non aggiungo altro, se non che è il regalo giusto da fare e da farsi, per conoscere questa bellissima “Compagnia dell’Agnello” e mentre sarete intenti a scoprire i compagni dell’autrice, vi sentirete circondati da tanti bellissimi agnelli che ogni giorno pascolano “fieri e mansueti” nella vostra vita.

Per saperne di più sull'autrice visitate il suo BLOG.

sabato 29 marzo 2014

Dacci oggi il nostro amore quotidiano!

 
«L’amore equivale a superare ininterrottamente l’egoismo individuale. O amo per sempre e totalmente o non amo, perché esso ha un’estensione nel tempo e nel vissuto esistenziale. Così come non posso dare all’altro solo gli avanzi del mio tempo o le briciole della mia quotidianità. Non ho altro che me stesso/a e voglio donare tutto me stesso/a. Dare il giusto valore ai sentimenti rimanda a non agire con superficialità e leggerezza – verso se stessi e il proprio partner – … La riuscita di un matrimonio non dipende unicamente dal fatto di aver trovato la persona “giusta”; è principalmente il risultato di un cammino fatto di molto impegno, di una volontà decisa di amare (non basta dire “io amo”, ma “io voglio amare”), di una capacità di donazione e di un grande spirito di sacrificio. E poi ci vuole coraggio, il coraggio di scalare le montagne, se necessario, e tanta determinazione. Sono tutte componenti che ci mettono costantemente in discussione. Se infatti ci si sposa non considerando minimamente la possibilità di compiere dei sacrifici, alla prima occasione in cui questi diverranno obbligatori, la prima reazione sarà di delusione, la seconda… di fuga. Quindi, la cosa basilare è tenere ben chiaro l’obiettivo che ci ha condotti un giorno a prometterci amore eterno. L’atleta che non si prefigge il traguardo non vincerà mai la corsa. Solo se abbiamo un fine, una meta condivisa e non ci arrendiamo dinanzi alle difficoltà, allora potremmo raggiungerla, salendo sul gradino più alto del podio. Gli sposi, disegnando insieme il loro presente e futuro, sono uniti da uguali progetti, perché quando c’è un ideale comune, interloquisce Antoine De Saint Exupery: “Amare non è guardarsi negli occhi, ma guardare insieme nella stessa direzione”. Per i fidanzati e gli sposi non esistono manuali o ricette precostituite, vi sono però alcuni suggerimenti che non si palesano mai vani. “Ricordate: giudicare l’altro e polemizzare con lui per farlo cambiare porta inevitabilmente, a lungo andare, a rancori e frustrazioni reciproche. Guardare solo le cose negative è facile e … banale. Potete pensare di cambiare partner, potete fermarvi ad analizzare sempre il comportamento dell’altro, potete continuamente lamentarvi, ma il vostro rapporto non farà un passo, non uno, verso lo stare bene. Dunque, un consiglio: accettate i vostri punti deboli, accettate quelli del vostro coniuge e il vostro rapporto comincerà ad andare bene. Aiutate l’altro, valorizzatelo, fate emergere la sua parte migliore e il vostro rapporto andrà sempre meglio. Non ho mai concordato con quanti si sentono liberi da tensioni e identificano in ciò la prova del loro amore. Le prove dell’amore si vedono nei momenti difficili, quando l’altro è in crisi, non si piace, ha perso la stima di sé, oppure quando tutto ciò capita a voi stessi”».
(V. Albisetti, psicologo).

mercoledì 12 marzo 2014

Cattolici in stato confusionale

di Mario Palmaro




Ogni tanto capita, con la stessa ripetitività delle stagioni. Una personalità del mondo cattolico rilascia un'intervista nella quale prende le distanze dall'insegnamento della Chiesa. A questo punto i giornali - giustamente - rilanciano con grande fragore la notizia, gli intellettuali discutono, il mondo cattolico ufficiale soffre in silenzio per non alimentare scandali. E il popolo dei fedeli rimane disorientato, stordito. Come un gregge nel quale qualche pecora si mettesse a contestare l'affidabilità del pastore.

 In realtà, questi episodi hanno alcuni elementi fra loro comuni, che permettono di smascherarli per quello che sono: l'espressione dell'antica e mai sopita ambizione dell'uomo di essere norma a sé stesso. L'adesione alla Chiesa è un atto insieme di libertà e di sottomissione: fede e ragione si sostengono, ma l'atteggiamento richiesto al cuore dell'uomo è innanzitutto l'umiltà. Dio, e non l'uomo, è l'artefice della Creazione. E dunque, Dio e non l'uomo è il Legislatore. Dunque, la verità è stata affidata da Cristo alla Chiesa. Spetta al Papa custodirla, in conformità alla Tradizione e in comunione con i vescovi. I teologi, gli intellettuali, i sinodi, i convegni ecclesiali, e perfino i singoli vescovi sono voci senza dubbio interessanti; ma non sono la Chiesa.

Ora, basta rileggere alcuni esempi di queste "voci fuori dal coro" del Magistero, per riconoscere che esse mettono a repentaglio la salvezza stessa delle anime. Ricordiamo che, per l'uomo, il rischio più grande è fare "naufragio nella fede", e perdere così la vita eterna, come San Paolo ricorda con toni accorati a Timoteo. Ecco una sintesi dei principali errori che si ritrovano in queste sortite, compiute da cattolici in stato confusionale.

 1. L'importante è dialogare: meglio evitare divisioni che dire la verità. Il cattolico "dialogante" ritiene che affermare delle verità oggettive, insegnate dalla Chiesa e confermate dalla ragione umana, sia un atto di prevaricazione, frutto di preconcetti e di posizioni pregiudiziali. La Chiesa deve scendere dalla sua scomoda cattedra, per lasciare il suo posto ai non credenti, che assumono il compito di insegnare la (loro) verità ai cattolici, che brancolano nel buio. Questo tipo umano sogna un Papa che si affacci dalla sua finestra, solo per benedire e salutare in molte lingue. Ma che sia muto ogni volta che ci sia di affermare verità scomode e impopolari sulla dottrina della fede e della morale. L'importante è evitare affermazioni apodittiche. E siccome i dieci comandamenti sono quanto di più apodittico si possa immaginare, ecco che si propone di ritirare dal mercato il decalogo, almeno nelle sue prescrizioni più contestate.

 2. La verità forse esiste, ma l'uomo non può conoscerla. Per questo cattolico, la Chiesa non può dirimere sempre ogni controversia morale, perché esistono delle "zone grigie", delle aree nebbiose dove la verità non si distingue, e dove la cosa migliore è aprire un dibattito. Quali sono queste zone grigie? Quelle nelle quali si manifesta una diversità di opinioni nella società. Dunque, in una società pluralista e relativista, tutta la vita morale può diventare una sconfinata "zona grigia", riducendo l'autorità della Chiesa al silenzio praticamente su tutto. Saranno da evitare in particolare pronunciamenti su divorzio, aborto, fecondazione artificiale, eutanasia.

 3. La verità è un prodotto del dialogo. Per questo genere di cattolici, la verità non preesiste alla discussione. Non è una realtà che c'è, e che l'uomo ha il compito di scoprire con l'aiuto della Chiesa. No: la verità si rinnova continuamente, grazie alla dialettica: le "parti" esprimono rispettosamente delle posizioni, e così si raggiunge un punto di mediazione (provvisorio) che costituisce la verità accettabile da tutti in quel momento. Se, ad esempio, uno dice che l'aborto è lecito, e un altro dice che non è lecito, la verità prodotta sarà che l'aborto è un po' lecito: si può fare in certi casi.

 4. Anche se sei ignorante, dialoga lo stesso. Per discutere, è buona regola sapere ciò di cui si parla. Ma la foga di dialogare è così forte, in alcuni cattolici, che si va al confronto senza essere preparati. Il tuo interlocutore dice, ad esempio, che l'ootide non è un essere umano? Prendi subito per buona questa solenne corbelleria. Mentre dovresti sapere che dal primo momento della fecondazione in poi il nuovo organismo vivente (anche con due pronuclei, cioè allo stadio di ootide) è caratterizzato da uno sviluppo coordinato, continuo e graduale, che permette di qualificarlo appunto come individuo (umano) e come vivo (A. Serra e R. Colombo, Identità e statuto dell'embrione umano: il contributo della biologia in Pontificia Accademia Pro Vita, Identità e statuto dell'embrione umano, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1998). All'ignoranza scientifica si accompagna talvolta un'imbarazzante impreparazione morale: potrà così accadere che si giustifichi l'aborto facendo leva sul principio della legittima difesa; tesi assurda, che implicherebbe attribuire al concepito il ruolo di "ingiusto aggressore"!

 5. Bisogna inventare un "cattolicesimo sostenibile". Il cattolicesimo oggi è diventato impresentabile di fronte alla modernità: bisogna aggiornarne gli elementi più scomodi per renderlo sostenibile, un po' come affermano gli ambientalisti di fronte allo sviluppo. La prima regola per questo lifting è astenersi dal giudicare frettolosamente: meglio discutere serenamente per non creare inutili divisioni, e far derivare le regole da ciò che i più pensano e fanno. La sociologia sostituisce la riflessione morale e soppianta la legge naturale. La prassi genera la norma. Per cui, se a gente chiede la fecondazione artificiale, noi gliela dobbiamo dare.

6. Il male non si combatte: si regolamenta. Secondo questo falso cattolicesimo, si può anche riconoscere che una certa condotta sia cattiva. Ma - in base al principio assoluto che si deve dialogare con tutti - bisogna in un certo senso dialogare anche con il male. E scendere a patti con esso. Quindi, le leggi dello Stato non vieteranno l'aborto. Se lo facessero, si creerebbero inutili divisioni. Meglio regolamentare il fenomeno. Così, il male non consiste più nell'atto dell'uccidere il concepito. Il male è l'aborto clandestino (che minaccia la vita delle donne) mentre l'aborto legale diventa "buono", perché fatto secondo le norme dello Stato. Verranno uccisi molti innocenti, è vero; ma sarà salva la pace sociale e il dialogo permanente con tutti i sopravvissuti.


 7. Chi compie il male va capito e giustificato. La Chiesa insegna una dottrina esigente e offre insieme un perdono senza limiti da parte di Dio. Invece, per il cattolico del dissenso (dal Papa) il perdono sostituisce la dottrina. Siccome chi commette un male può agire in circostanze molto difficili, allora occorre sospendere il giudizio sulla sua condotta, ed evitare ogni condanna. Questo approccio non ha solo valenze morali - potremmo dire "da confessionale" - ma pretende di avere conseguenze giuridiche e politiche. Esempio: una donna abortisce. Peccato, ma poiché ha vissuto un dramma, come può la società prevedere una pena, anche lieve, per la sua condotta? E ancora: un uomo elimina con l'eutanasia sua moglie. Non è bello. Però, vista la sua sofferenza, quale giudice potrà dichiararlo colpevole? Questo criterio potrà essere applicato ad altre infinite "zone grigie": un uomo scopre che la moglie lo tradisce, e la uccide. Ma in quest'ultimo caso, il cattolico politicamente corretto si dichiarerà inflessibile e per nulla comprensivo, nonostante le "terribili circostanze" in cui il delitto è avvenuto.

Come si vede, quello che alla fine ci resta in mano è soltanto un pallido ricordo del cattolicesimo. Un corpo freddo e morto, che ha perso per strada l'amore per la Verità e la certezza della presenza viva e reale di Cristo in mezzo alla Chiesa. Un cattolicesimo senza croce e senza testimonianza, in fuga di fronte al martirio quotidiano dell'incomprensione del mondo. Non rimane che aiutare questi fratelli con l'apostolato della verità. E pregare per loro, perché grande è il pericolo che rappresentano per la salvezza di molte anime. A cominciare dalla loro.


© IL TIMONE – N. 54 - ANNO VIII - Giugno 2006 - pag. 10 - 11

 Fonte: iltimone.org


 

lunedì 16 dicembre 2013

Cercandoci ti sedesti stanco

Dialogo con la Samaritana - parte 1

Quaerens me, sedisti lassus,
redemisti Crucem passus:
tantus labor non sit cassus.

 

Sono le parole del Dies Irae la famosissima sequenza latina attribuita a Tommaso da Celano, il primo biografo del poverello di Assisi. In ogni caso una delle sequenza musicali del medioevo che come uno squarcio ha attraversato i secoli per giungere sino a noi grazie a grandi maestri tra i quali ricordo Mozart e Verdi.
La traduzione della decima strofa ci fa scorgere un comportamento apparentemente inusuale per il “tremendo giudice” ovvero:  Cercandoti ti sedesti stanco/ mi hai redento con il supplizio della Croce:/ che tanto sforzo non sia stato vano.

L’autore del sacro inno partendo dalle parole del profeta Sofonia (Sof 1,15-16) descrive il giorno in cui Dio giudicherà il mondo, e successivamente l’inno supplica attraverso le azioni del Giusto, di essere misericordioso, ricordando al lettore e a Dio per mezzo della preghiera quello che ha fatto per l’Uomo.
Cercandoti ti sedesti stanco. E’ evidente l’azione di un Dio in ricerca dell’uomo, e che stanco di cercare, di percorrere le vie dell’uomo si siede, stanco.

E’ ovvio il riferimento al processo di salvezza, pensato da Dio sin dall’inizio dei secoli e il suo farsi uomo.
Ci sarebbe tanto da dire su questo, ma mi limiterò solo a rammentare che il primo che è alla ricerca dell’uomo è lo stesso Dio che lo ha cercato fin dentro la storia stessa dell’uomo: l’incarnazione.

Ma quello che mi ha incuriosito è il “sedersi stanco”.  Il riferimento qui pare chiaro, in nessun altro vangelo se non in quello di Giovanni, vi è l’immagine di Gesù che stanco si siede. Il riferimento pare ovvio al “Dialogo di Gesù con la Samaritana” nel quale l’autore del IV vangelo descrive la scena: “Giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c'era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno.” (Gv 4,4-6)

Sant’Agostino viene in aiuto a spiegarci ogni cosa, nel suo “Commento al Vangelo di Giovanni” dice:
Gesù, dunque, stanco per il viaggio, stava così a sedere sul pozzo [di Giacobbe]. Era circa l’ora sesta (Gv 4, 6). Cominciano i misteri. Non per nulla, infatti, Gesù si stanca; non per nulla si stanca la forza di Dio; non per nulla si stanca colui che, quando siamo affaticati, ci ristora, quando è lontano ci abbattiamo, quando è vicino ci sentiamo sostenuti. Comunque Gesù è stanco, stanco del viaggio, e si mette a sedere; si mette a sedere sul pozzo, ed è l’ora sesta quando, stanco, si mette a sedere. Tutto ciò vuol suggerirci qualcosa, vuol rivelarci qualcosa; richiama la nostra attenzione, ci invita a bussare. Ci apra, a noi e a voi, quello stesso che si è degnato esortarci dicendo: Bussate e vi sarà aperto (Mt 7, 7). E’ per te che Gesù si è stancato nel viaggio. Vediamo Gesù pieno di forza e lo vediamo debole; è forte e debole: forte perché in principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio; questo era in principio presso Dio. Vuoi vedere com’è forte il Figlio di Dio? Tutto fu fatto per mezzo di lui, e niente fu fatto senza di lui; e tutto senza fatica. Chi, dunque, è più forte di lui che ha fatto tutte le cose senza fatica? Vuoi vedere ora la sua debolezza? Il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi (Gv 1, 1-3.14). La forza di Cristo ti ha creato, la debolezza di Cristo ti ha ricreato. La forza di Cristo ha chiamato all’esistenza ciò che non era, la debolezza di Cristo ha impedito che si perdesse ciò che esisteva. Con la sua forza ci ha creati, con la sua debolezza è venuto a cercarci.

Con la sua debolezza è venuto a cercarci.
Quella stanchezza che accusa il “Cercatore dell’Uomo” è la debolezza dell’essere uomo, una debolezza condivisa con me, stanco di cercarlo e in desideroso di incontrarlo.

Quanta fatica cercare l’Uomo che fugge Dio! Un Dio che si è fatto talmente piccolo da nascere uomo, lui che è Creatore si è fatto creatura per riportare la creatura al Creatore. E come non pensare all’imminente Natale.
Gesù si ferma stanco, al pozzo. Da notare è il fatto che Bibbia gli incontri al pozzo tra uno sconosciuto e una donna si concludono abitualmente con un matrimonio. È al pozzo che il servo di Abramo, inviato dal patriarca nella sua terra d'origine per scegliere una moglie al figlio Isacco, incontra la splendida Rebecca (Gn 24,10-51) ed è sempre al pozzo che Giacobbe incontra il suo grande amore, la bella Rachele (Gn 29,9-14). Anche Mosè incontra la sua futura sposa al pozzo (Es 2,15-22).

E’ ovvio che per l’autore del IV Vangelo la “collocazione” non sia dettata dal caso, storicamente tra l’altro non abbiamo alcun riferimento su  di un pozzo a Sicar, tantomeno dell’Antico Testamento viene menzionato, come dirà più tardi la donna della Samaria,che Giacobbe ne abbia bevuto con i suoi figli e il suo bestiame. (cfr. Gv4,12)

Il pozzo può e probabilmente rappresenta per il simbolismo del IV vangelo, il luogo in cui si incontra il proprio futuro, la propria donna, il progetto che Dio ha per ciascuno. Il Matrimonio di Dio con l’uomo.
E’ proprio il pozzo allora il luogo simbolo della necessità materiale dell’uomo.  Il passaggio sarà poi dal materiale, dal caduco, dal finito, al sovrannaturale, all’incorruttibile, all’infinito.

Gesù quindi, stancato dalla ricerca dell’uomo, e non stanco di cercarlo, lo incontra lì dove poi avrà capito, è il luogo che l’uomo raggiunge per soddisfare i propri bisogni, offrendogli qui, l’eternità.

 Il pozzo allora, non tanto lontano da dove sono, è il luogo dove, forse, cerco la verità su di me. Li trovo qualcuno ad attendermi, con una Verità che mi sovrasta: un altro uomo, anzi Uomo.